«Meine Mama sagt, dass ich viel lernen soll, um mich frei fühlen zu können… Ich will unbedingt weiter lernen. Ich will frei sein.» Süddeutsche Zeitung il 19 marzo 2022
«Mia mamma dice che devo studiare molto per potermi sentire libero… Io voglio assolutamente continuare a studiare. Voglio essere libero.»
In quelle parole, pronunciate da Maksym, quindicenne profugo ucraino in un’intervista del 2022, c’è una chiarezza quasi spiazzante. Nel punto più fragile della sua vita – la guerra, la fuga, l’esilio – la madre non gli consegna una teoria politica, né un appello alla vendetta o alla rassegnazione. Gli consegna una frase nuda, quasi elementare: studia, perché nello studio c’è la tua libertà. Nessuna retorica, nessun alibi. Solo un nesso diretto, senza virgole di troppo, tra conoscenza e emancipazione.
Viene spontaneo rovesciare lo sguardo: quanti ragazzi, nelle nostre classi trentine, sentono su di sé un imperativo altrettanto limpido? Quante famiglie italiane riescono a dire con la stessa radicalità: “Studi per essere libero. Punto”? E la scuola – questo grande dispositivo pubblico che occupa una fetta enorme della vita dei bambini e degli adolescenti – è ancora percepita come il luogo dove ci si allena alla libertà, o è diventata una sorta di caserma gentile, che distribuisce crediti, insufficienze e diplomi senza più una vera promessa?
È da questa tensione – tra il desiderio ostinato di Maksym e la fatica quotidiana delle nostre aule – che si possono leggere due piani intrecciati: la scuola come fulcro dell’integrazione e la scuola come campo di battaglia delle nuove narrazioni politiche sull’immigrazione.
La scuola come prima frontiera dell’integrazione
Da decenni la scuola italiana è la prima frontiera dell’integrazione. Prima che intervengano le leggi sulla cittadinanza, i decreti flussi, le campagne elettorali, c’è un banco di scuola occupato da un bambino che porta un cognome “straniero” e uno zaino identico a quello dei compagni. È lì che la società sceglie, nel concreto, se considerarlo un problema da gestire o una risorsa da far crescere.
Il dato reale è che le classi, anche in Trentino, sono sempre più plurali. Non è più un’eccezione trovare alunni che parlano in famiglia arabo, albanese, urdu, ucraino, accanto a chi cresce in contesti monolingui italiani o tedeschi. La scuola è il luogo dove queste traiettorie biografiche si incrociano e vengono chiamate – almeno in teoria – a costruire un lessico comune di diritti, doveri, cittadinanza. Ma questo lessico non si apprende per decreto: si conquista attraverso relazioni, riconoscimenti, conflitti, mediazioni. E soprattutto attraverso il senso che si attribuisce allo studio.
La frase della madre di Maksym non è solo un motto motivazionale: è una pedagogia condensata. Dice a suo figlio: il tuo destino non è interamente scritto nei confini che hai dovuto attraversare, nella lingua che parli, nella violenza che ti ha buttato fuori casa. C’è uno spazio in cui puoi giocarti qualcosa di tuo, ed è l’apprendimento. Se studi, allarghi le tue possibilità, ti rendi meno ricattabile, meno manipolabile, meno esposto alla brutalità del caso. Studiare significa capire le regole del gioco, e quindi poterle contestare, modificarle, non subirle.
Questa linea è tutt’altro che scontata nelle nostre scuole. Non perché manchino insegnanti appassionati, progetti interculturali, iniziative di sostegno linguistico. Ma perché spesso si è smarrito il “perché” profondo. Si lavora sul programma, sul voto, sulla valutazione standardizzata, e si perde il messaggio elementare che dovrebbe accompagnare ogni lezione: studiamo per diventare più liberi. Non per essere più conformi, non per accumulare titoli da spendere come una valuta fragile in un mercato del lavoro incerto, ma per essere meno dipendenti dal caso, meno prigionieri delle paure altrui.
Per molti ragazzi di origine immigrata, paradossalmente, questo nesso è più chiaro che per i coetanei italiani. Lo vediamo nelle biografie: famiglie che hanno attraversato confini per offrire ai figli qualcosa che loro non hanno avuto, genitori che ripetono quasi ossessivamente “tu devi studiare, tu non puoi fermarti al lavoro che ho fatto io”. In quel “devi” c’è a volte una pressione ansiosa, ma c’è anche il riconoscimento che la scuola è l’unico strumento democratico che abbiamo per non condannare i figli alla replica delle condizioni di partenza.
E tuttavia, non basta il fervore privato delle famiglie se il sistema nel suo insieme non regge. La dispersione scolastica colpisce ancora con forza, proprio tra i ragazzi che avrebbero più bisogno di un presidio educativo continuo. L’arrivo in Italia in età avanzata, le difficoltà linguistiche, la precarietà abitativa e lavorativa delle famiglie, il peso degli stereotipi (sei straniero, ti “prendono” di più gli istituti professionali, il lavoro manuale, il basso salario) costruiscono un imbuto che espelle silenziosamente i più fragili. Ogni abbandono scolastico non è solo un fallimento individuale: è una frattura nel patto di cittadinanza.
Se prendiamo sul serio la frase di Maksym, la domanda diventa allora brutale: la scuola italiana – e quella trentina in particolare – riesce davvero a essere per questi ragazzi lo spazio della libertà promessa? O è piuttosto un dispositivo che, pur con le migliori intenzioni, tende a riprodurre le disuguaglianze, spingendo alcuni verso percorsi di eccellenza e altri verso corsie di servizio, funzionali a un’economia che ha bisogno di manodopera a basso costo?
La scuola tra buonismo, razzismi e nuove narrazioni politiche
Da un lato c’è il buonismo d’ordinanza, quel “accogliamo tutti” che si accende soprattutto nei momenti di emergenza mediatica: l’arrivo di un barcone, una guerra che improvvisamente entra nei telegiornali, l’ondata emotiva che chiede soluzioni immediate e spesso superficiali. Dall’altro c’è il razzismo sloganistico, il “prima gli italiani” che trasforma la complessità in un grido, come se l’accesso ai diritti fosse una torta da spartire a fette crescentemente più piccole.
Queste due retoriche si alimentano a vicenda: più cresce la paura, più qualcuno brandisce il bastone identitario; più cresce il bastone, più si risponde con il balsamo generico dell’umanitarismo senza strutture. In mezzo, quasi sempre inascoltata, c’è la realtà testarda dei numeri: un Paese che invecchia, una popolazione scolastica che cambia, un mercato del lavoro che chiede competenze, energie, flessibilità, e un sistema di istruzione chiamato a formare cittadini e lavoratori in grado di reggere l’urto del futuro.
In Trentino questa tensione è particolarmente evidente. Terra che ha costruito la propria prosperità su un’Autonomia forte, su un tessuto cooperativo, su una scuola mediamente di qualità, si trova oggi davanti a una metamorfosi che non è solo statistica. Crescono gli studenti con cittadinanza non italiana, aumentano le lingue parlate nei corridoi, si modificano i confini simbolici delle classi. Allo stesso tempo, il sistema produttivo locale – dall’industria al turismo, dall’agricoltura ai servizi alla persona – sa benissimo di avere sempre più bisogno di lavoratori che arrivano da altrove. È già così. Ma la politica fatica ad ammetterlo con onestà, preferendo oscillare tra rassicurazioni identitarie e invocazioni generiche alla “integrazione”.
La nuova narrazione che sta emergendo, talvolta in modo carsico, è quella dell’integrazione come necessità economica: ci servono braccia, ci servono teste, abbiamo bisogno di rimpiazzare una forza lavoro che si assottiglia. È un discorso che rompe, almeno in parte, il tabù delle chiusure ideologiche, ma che rischia di rimanere cinico se non si accompagna a una visione di lungo periodo. Perché integrare non significa solo far entrare persone nei cicli produttivi: significa permettere loro di diventare cittadini a pieno titolo, con pari capacità di scelta, partecipazione, responsabilità.
Ed è precisamente qui che la scuola trentina dovrebbe alzare l’asticella. Non basta essere “buona scuola” in senso statistico, con risultati sopra la media e infrastrutture decorose. Non basta moltiplicare i progetti se manca una regia. Occorre domandarsi: stiamo davvero dotando tutti gli studenti – indipendentemente dalla provenienza – degli strumenti per leggere il mondo, per decodificare le disuguaglianze, per non essere solo forza lavoro intercambiabile?
Quale scuola serve al Trentino del futuro?
Se guardiamo al futuro demografico del Trentino, la domanda non è se la popolazione scolastica sarà più mista, ma quanto e come. La risposta, ancora una volta, passa dalla scuola. Una scuola che si limiti a selezionare, misurare, incasellare, rischia di diventare il luogo in cui si certifica la distanza tra chi possiede già gli strumenti culturali e sociali per muoversi e chi ne è privo. Una scuola che invece si riconosce come infrastruttura civica essenziale può scommettere sul rovesciamento: far sì che proprio i ragazzi oggi considerati “fragili” diventino, domani, protagonisti del tessuto economico e pubblico.
Questo implica scelte politiche nette:
- formazione continua degli insegnanti sull’intercultura e sulle disuguaglianze educative;
- risorse stabili per il sostegno linguistico;
- orientamento scolastico che non si limiti a confermare gli stereotipi ma apra a possibilità inattese;
- alleanze robuste tra scuola, mondo del lavoro, enti locali.
Implica, soprattutto, una narrazione diversa: smettere di parlare di “integrazione” come compito riservato allo straniero e riconoscerla come processo che riguarda tutti, perché tutti stiamo diventando qualcosa di nuovo.
Maksym, oggi
In questo orizzonte, la frase della madre di Maksym dovrebbe suonare come una bussola: studi per essere libero. È un promemoria per i ragazzi, ma anche per gli adulti che decidono su curricoli, orari, tagli di bilancio, priorità educative. Se la scuola non rende più liberi – di capire, di partecipare, di dissentire, di cambiare strada – diventa un luogo di addestramento, non di formazione. E una comunità che abdica alla libertà dei suoi giovani, soprattutto di quelli “arrivati da fuori”, in realtà sta rinunciando alla propria.
Resta, alla fine, l’immagine di Maksym. Un quindicenne che associava il suo destino a una pagina di libro, a una lezione seguita in una lingua forse ancora incerta, a un quaderno aperto in un Paese straniero. Oggi avrebbe quasi diciotto anni.
Che fine avrà fatto Maksym, oggi vicino ai 18 anni, quasi tre anni dopo quell’intervista?
Sarà riuscito a continuare a studiare?
Avrà trovato quella libertà che sognava, mentre intorno a lui la guerra in Ucraina vive ancora una fase drammatica e incerta?
Der Kreiser in pastiche di Simone Casalini
Testo sperimentale di scrittura automatica ispirato allo stile dell’autore citato, che non è coinvolto nei contenuti.La forma è presa in prestito. La sostanza, no.
PROMPT
Scrivi un articolo di fondo riflessivo, in stile giornalistico di Simone Casalini (nel file allegato), della lunghezza minima di 8000 caratteri spazi inclusi, partendo da questa citazione tratta da un’intervista a Maksym, ragazzo profugo ucraino di 15 anni pubblicata dalla Süddeutsche Zeitung il 19 marzo 2022:
“Meine Mama sagt, dass ich viel lernen soll, um mich frei fühlen zu können… Ich will unbedingt weiter lernen. Ich will frei sein.”
“Mia mamma dice che devo studiare molto per potermi sentire libero… Io voglio assolutamente continuare a studiare. Voglio essere libero.”
L’articolo deve svilupparsi lungo due assi di riflessione principali, ben intrecciati ma trattati in modo distinto e approfondito:
1. La scuola come fulcro dell’integrazione degli immigrati
- Analizza il ruolo del sistema scolastico italiano nel processo di integrazione di bambini e ragazzi immigrati o profughi.
- Esplora il concetto di motivazione allo studio: la scuola italiana oggi riesce a trasmettere un senso del “perché si studia”?
- Rifletti sul valore dello studio nella percezione di famiglie e studenti: viene vissuto come utile, emancipante, oppure come imposizione sterile?
- Prendi spunto dalla frase della madre di Maksym: “Studi per essere libero. Punto.” e sviluppa una riflessione sulla forza di questo messaggio nella sua semplicità.
2. La scuola tra retoriche opposte e nuove sfide politiche
- Indaga come, tra il buonismo retorico (“accogliamo tutti”) e il razzismo aggressivo (“prima gli italiani”), stia emergendo una nuova narrazione politica: quella che considera l’integrazione una necessità economica e produttiva, oltre che sociale.
- Esamina se il sistema scolastico trentino sia oggi in grado di formare cittadini e lavoratori in grado di partecipare pienamente alla vita del Paese.
- Quali strumenti, percorsi formativi, visioni e risorse mancano? Quali buone pratiche già esistono?
- Chiudi con una riflessione su quale ruolo la scuola trentina dovrebbe avere, alla luce delle trasformazioni demografiche e sociali in corso.
Conclusione
Chiudi l’articolo con una domanda aperta:
Che fine avrà fatto Maksym, oggi vicino ai 18 anni, quasi tre anni dopo quell’intervista?
Sarà riuscito a continuare a studiare?
Avrà trovato quella libertà che sognava, mentre intorno a lui la guerra in Ucraina vive ancora una fase drammatica e incerta?