Nota: Riscrittura via LLM del celebre articolo di “Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, Avanti!, edizione torinese, rubrica Sotto la Mole”.
Ogni mattino, quando mi sveglio e per qualche secondo non ho ancora consegnato gli occhi allo schermo, sento che per me è capodanno.
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa. Odio l’idea che la vita e lo spirito debbano adeguarsi a un rito collettivo imposto, come se esistesse un interruttore generale: a mezzanotte si chiude, a mezzanotte si riparte. Odio questa contabilità obbligatoria — “come è andata”, “cosa hai fatto”, “cosa farai” — che trasforma l’esistenza in un report, in un “anno in review”, in un riassunto da condividere per ottenere approvazione. È un torto, in generale, delle date. Ma oggi è un torto soprattutto di chi le usa per governare il nostro tempo.
Un tempo si poteva dire: è tradizione, è calendario, è consuetudine. Oggi no. Oggi il comando non viene dalla storia: viene dalle piattaforme. Social network, app, motori di ricerca: sono loro che decidono il ritmo emotivo delle masse. Non con un editto, ma con un flusso. Non con una legge, ma con una notifica.
Queste macchine impongono una temporalità algoritmica: un eterno presente senza profondità. Ti tengono “aggiornato”, cioè inchiodato all’istante. La giornata non è più un tempo da vivere, è un feed da scorrere. Ciò che non appare sembra non esistere; ciò che non è trend non merita attenzione; ciò che richiede lentezza viene espulso come inutile. Così la storia perde continuità: non perché finisce, ma perché viene coperta da una coltre di stimoli. Il presente, saturato, diventa stupido. E in questa stupidità organizzata il capodanno è perfetto: una data che promette un nuovo inizio senza cambiare nulla, un reset sentimentale che sostituisce la trasformazione reale.
Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma oggi la cronologia viene sabotata da un’altra ossatura, più efficace: il ranking. Non conta più ciò che accade, ma ciò che viene spinto in alto; non conta più la memoria, ma la visibilità. E ci sono “capodanni” nuovi, più invadenti di quelli antichi: l’aggiornamento dell’algoritmo che ribalta il discorso pubblico; la modifica di una piattaforma che cambia il modo di parlare; la campagna che decide per settimane cosa dobbiamo desiderare, temere, odiare. Date senza nome, ma con effetti concreti: montagne invisibili che ci fanno credere di essere entrati in una “nuova era” solo perché è cambiata l’interfaccia.
In più, queste piattaforme non si limitano a scandire il tempo: catalogano le persone. La profilazione è la nuova schedatura ideologica, fatta non con timbri e fascicoli ma con clic, geolocalizzazioni, preferenze, silenzi. Ti costruiscono un profilo e poi ti costruiscono intorno un mondo compatibile con quel profilo. Ti servono notizie che confermano, amici che somigliano, indignazioni su misura. Nascono così bolle individuali chiuse: ciascuno respira un’aria diversa e crede che sia l’aria di tutti. In queste condizioni la coscienza collettiva diventa difficile, perché il “noi” richiede un terreno comune, un lessico condiviso, conflitti reali da attraversare insieme. La piattaforma, invece, isola e sincronizza nello stesso gesto: ti separa dagli altri e ti fa credere di essere connesso.
E mentre ci isola, ci mette in vetrina. L’economia dell’attenzione impone un egocentrismo performativo: devi mostrarti, devi esistere pubblicamente, devi trasformare ogni esperienza in contenuto. La riflessione perde valore perché non produce immediata reazione; il pensiero critico viene scambiato per lentezza; la complessità per noia. Così, al posto della responsabilità, cresce la posa. Al posto dell’azione, il segnale. E il capodanno diventa l’apoteosi di questa recita: tutti a proclamare cambiamenti, tutti a esibire bilanci, tutti a promettere “nuove versioni” di sé stessi davanti a un pubblico che scorre oltre dopo due secondi.
Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, non con le metriche. Rinnovarmi ogni giorno, non perché una data lo ordina, ma perché la coscienza lo esige. Nessun giorno “obbligatorio” per il pentimento, nessun giorno “obbligatorio” per l’entusiasmo. Le pause me le scelgo io, quando serve respirare e ritrovare il filo. Perché il tempo non è un prodotto da consumare: è una materia politica.
Ecco il punto: abbiamo bisogno di un tempo soggettivo e rivoluzionario. Un tempo che si rigenera ogni giorno nel pensiero critico e nell’azione autonoma. Un tempo che ricuce il passato al futuro invece di vivere di scosse. Un tempo che non accetta l’agenda del capitale — né quella del calendario commerciale, né quella delle piattaforme che monetizzano la nostra attenzione. La libertà, oggi, comincia da qui: dal diritto di non essere trascinati.
Aspetto una liberazione anche per questa ragione: perché butti via, una volta per tutte, i riti vuoti e le scadenze imposte; perché restituisca alle persone la continuità della propria vita e alle comunità la possibilità di pensarsi come storia. E se nasceranno nuove date, nuovi inizi, nuove feste, dovranno essere almeno nostre: nate da conquiste reali, da lotte vere, da decisioni consapevoli. Non da un algoritmo. Non da una notifica. Non da un capodanno imposto.
Der Kreiser in pastiche di Antonio Gramsci
Testo sperimentale di scrittura automatica ispirato allo stile dell’autore citato, che non è coinvolto nei contenuti.La forma è presa in prestito. La sostanza, no.
PROMPT
“Scrivi un saggio breve o un articolo in stile gramsciano, ispirandoti a “Odio il capodanno” di Antonio Gramsci, ma attualizzandone i temi nel contesto della società digitale contemporanea. Esprimi un rifiuto politico e filosofico del “capodanno” come rito collettivo imposto, simbolo di una temporalità eterodiretta, oggi non più da una tradizione storica, ma da piattaforme digitali che frammentano l’esperienza del tempo e cancellano la continuità storica. Sviluppa i seguenti concetti: Il dominio delle piattaforme digitali (social network, app, motori di ricerca) che impongono una temporalità algoritmica e un eterno presente senza profondità storica. La profilazione degli individui come nuova forma di schedatura ideologica, che crea bolle individuali chiuse e impedisce ogni forma di coscienza collettiva. L’egocentrismo performativo imposto dall’economia dell’attenzione, che sostituisce la riflessione con la visibilità. Il bisogno di un tempo soggettivo e rivoluzionario, che si rigeneri ogni giorno nel pensiero critico e nell’azione politica autonoma, come alternativa radicale alla ritualità vuota del calendario capitalista. Mantieni uno stile riflessivo, militante e filosoficamente impegnato, evocando il tono personale e profondo di Gramsci. qui il testo di riferimento mantieni impianto argomentativo, retorica ma aggiorna i concetti. ecco il testo: "
TESTO ORIGINALE (testo di riferimento)
" Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date. Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante. Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca. Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.”